Le influenze arabe nel siciliano

Alla scoperta di quei termini che sono usati ogni giorni nell'isola meridionale e che sono frutto della dominazione musulmana.

Siciliano influsso arabo
La dominazione araba ha lasciato il segno sulla Sicilia. Nell'immagine, la presa di Siracusa (878) in una miniatura di Giovanni Scilitze.


La Sicilia è uno dei luoghi più belli dell’intero Sud Italia. Il suo fascino è dovuto anche al susseguirsi di governanti stranieri che l’hanno governata nel corso dei secoli. Costoro hanno contribuito a plasmare la cultura siciliana, fatta di sapori, odori, componimenti, opere architettoniche tra le più ammirate al Mondo. Una traccia evidente di questi lasciti caratterizza il linguaggio.

Tra le diverse dominazioni che si sono avute sull’isola, quella islamica è durata dall’878 al 1072, anche se gli arabi erano sbarcati nei pressi di Mazara del Vallo (Trapani) già nell’827 e furono cacciati in maniera definitiva solo nel 1091, con la caduta di Noto (Siracusa). Questi quasi 200 anni hanno lasciato un segno indelebile sul vocabolario locale, come è possibile notare ancora oggigiorno. Sono, infatti, diversi i vocaboli e le espressioni sicule che discendono dall’arabo.

Secondo alcuni studiosi sono all’incirca 300 le parole siciliane che hanno radici nella lingua dei dominatori musulmani, la maggior parte delle quali si riferiscono all’ambito agricolo e dell’irrigazione dei campi. Di seguito alcuni esempi:

  • arraccamàri, ricamare, da “ramaqa”,
  • babbalùciu, lumaca, da “babush”,
  • balata, balaustra, da “balat” (pietra),
  • burnia/brunìa, giara, da “burniya”,
  • cacocciulla, carciofo, da “harsuf”,
  • capu-rrais, capobanda, da “ra’is” (capo),
  • cassata da “qas’at” (bacinella). A tal proposito, si racconta che un contadino siciliano vide un arabo impegnato a preparare un dolce con la ricotta in un catino e gli chiese di cosa si trattasse. Fraintendendo la domanda, l’altro rispose, per l’appunto, “qas’at” e da allora nacque il nome,
  • dammusu, soffitto, da “dammus” (caverna),
  • favara, sorgente d’acqua, da “fawwara” (sorgente impetuosa),
  • jarrùsu, giovane effeminato, da “‘arùsa” (sposa),
  • gebbia, vasca, da “gabiya” o “djeb” (vasca di forma rettangolare che si usava per il riciclo delle acque),
  • maìdda, recipiente per impastare la farina, da “maìda” (mensa),
  • mischinu, poverino, da “miskin” (mendicante),
  • noria, ruota idraulica, da “n’r” (zampillare),
  • saia, canale, da “saqiya” (irrigatrice),
  • sciàbaca/sciabachèju, rete da pesca, da “sabaka” (getto)
  • taliari, guardare, da “tala’a” (osservare),
  • zaffarana, da zafferano, da “za’faran”,
  • zibbìbbu, uva a chicchi grossi e l’omonimo vino, da “zabib” (uva passa).

Per ciò che riguarda le espressioni, portiamo l’esempio della colorita “mi hai rotto i cabbasisi” ovvero “mi hai scocciato“. “Cabbasìsa” deriva da “habb aziz” e cioè una pianta erbacea che produce un tubero e dei piccoli frutti ovali ricoperti da peluria. Da qui la metafora che, in maniera abbastanza chiara, rimanda ai genitali maschili. La formula è stata resa famosa pure da Andrea Camilleri, che ne ha fatto un tormentone spesso pronunciato dal suo personaggio più famoso, il Commissario Salvo Montalbano.

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