domenica, Luglio 25, 2021
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Tradizioni del Sud: la tammurriata napoletana

Approfondimento su un aspetto del folclore partenopeo che rientra in una consuetudine più vasta che è propria di tutto il Meridione.

Il Mezzogiorno d’Italia balla ad un ritmo tutto suo. Si tratta di una cadenza che affonda le sue radice indietro nel tempo e che prende il nome di tarantella. Con questo vocabolo si indicano le danze tradizionali e le relative melodie musicali che sono tipiche del Sud Italia, dalla tempistica veloce e di vario metro. L’origine di questo ballo è legata al rituale del tarantismo, fenomeno caratteristico della Puglia. Ne esistono diverse tipologie.

A parte quelle pugliesi, possiamo citare l’abruzzese, la calabrese e la siciliana. Nella sola Campania ne esistono più varietà, da quella napoletana alla montemaranese, passando per la cilentana e la sorrentina. La tarantella partenopea è conosciuta anche come tammurriata. Fino a qualche tempo fa, il termine indicava solo un repertorio canoro-strumentale mentre, oggi, è riferibile ad una più ampia famiglia di balli con il tamburo. Si pratica nell’agro nocerino, a Caserta e provincia, nella costiera amalfitana, nel nolano, nel vesuviano e nella zona del Volturno e dintorni.

Perciò, la tammurriata si è guadagnata il suo spazio nel vasto ambito dei balli etnici del nostro Paese e, come già scritto, in quello più specifico della tarantella meridionale. Si tratta di una danza caratterizzata da un ritmo binario, che comporta un determinato movimento di braccia, busto e mani. È previsto l’uso delle cosiddette “castagnette“, che aiutano a mantenere il ritmo e la partecipazione al ballo è in coppia, mista oppure no. La denominazione discende dal nome con cui si chiama il tamburo in dialetto, per l’appunto, tammorra. Questo è uno strumento a percussione dalla cornice dipinta, con sonagli di latta, che può essere adornato di campanelle, nastri e pitture di vario colore.

Il cantante modula la voce a seconda di determinati stili e tecniche ed è accompagnato, non solo dalla tammorra, ma da diversi strumenti. Possiamo, ad esempio, ricordare il “putipù“, un tamburo a frizione, il “triccheballacche“, martelli lignei intelaiati con sonagli e lo “scetavajasse“, un bastone dentato con sonagli metallici che si aziona grazie ad un bastoncino. All’interno della famiglia partenopea possiamo distinguere, in particolare, la tammurriata giuglianese, quella sarnese-sommese, quella del nocerino e la pimontese-amalfitana.

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