domenica, Luglio 25, 2021
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Il castello meridionale dimora di sovrani

Alla scoperta di un edificio che ha caratterizzato la storia di una importante città del Sud Italia.

Il castello Ursino si trova a Catania, in Sicilia. Oggi è la sede del Museo Civico della città etnea, ma vanta una storia lunga e gloriosa. Secondo gli studiosi, la sua costruzione si deve all’imperatore Federico II di Svevia. Il “castrum” cui fa riferimento lo “Stupor Mundi” in una lettera del 1239, inviata al suo architetto Riccardo di Lentini, sarebbe, per l’appunto, quello catanese.

Edificato come simbolo del potere imperiale, sorgeva nell’area urbana, a ridosso di diverse case. Nel 1295 vi si tenne una riunione del Parlamento Siciliano nato durante la Guerra del Vespro. In quell’occasione, Federico III fu eletto re dell’isola. L’anno successivo fu conquistato da Roberto d’Angiò, per poi tornare, dopo poco, in mano agli aragonesi. A partire da quell’anno, per volontà dello stesso Federico III, divenne residenza reale e lo rimase anche con i successori Pietro, Ludovico, Federico IV e Maria, qui rapita da Guglielmo Raimondo Moncada.

Nel 1337 ospitò la camera ardente per la salma di Federico III e, 10 anni dopo, la firma della cosiddetta “Pace di Catania“. Nel 1405 Martino I decretò l’abbattimento degli immobili intorno al maniero, così da ottenere una piazza d’arme. Fu pure dotato di ponte levatoio. Il 25 maggio del 1416, Alfonso il Magnanimo, vi riunì baroni e prelati per il giuramento di fedeltà e lo stesso monarca, 18 anni dopo, al suo interno, firmò il documento per la fondazione dell’Università cittadina. Dal XVI secolo in poi andò incontro ad un periodo di decadenza. Ospitò le guarnigioni borboniche e fu adibito a carcere. Dal 1932 di proprietà del comune, fu adibito a museo appena 2 anni più tardi.

Ha pianta quadrata e ogni lato è lungo 50 metri. Ai 4 angoli ci sono altrettanti torrioni, alti 30 metri e, delle 4 torri mediane, ne rimangono solo 2. Le mura sono in pietrame lavico. In origine, il fortilizio appariva slanciato da scarpate che si trovavano alla base. Il lato principale è quello a nord, con ponte levatoio a difesa dell’ingresso. Con gli anni, sono state aggiunte 4 finestre. Quello a sud è andato incontro a numerose trasformazioni e presenta una porta secondaria, conosciuta con la denominazione di “falsa” e che conduceva alla banchina che affacciava, all’epoca, sulle acque del Mar Jonio.

Con la realizzazione del bastione di San Giorgio e la piattaforma di Santa Croce, si accentuò la distanza dal mare che divenne definitiva con l’eruzione dell’Etna del 1669, quando il livello del terreno circostante si innalzò. Ad est c’è una finestra di epoca rinascimentale in pietra nera lavica. Sull’ingresso è presente la scultura dell’aquila sveva che afferra una lepre (metafora del potere di Federico II sulla ribelle Catania), posta all’interno di una nicchia. Nella corte si può ammirare una scala esterna in stile gotico. Attorno al cortile interno, c’erano 4 grandi sale e prospicienti ambienti minori.

Ogni sala presenta 3 campate con volte a crociera costolonate. Il piano superiore era raggiungibile grazie a scale a chiocciola, che si trovavano nelle semi torri settentrionale e meridionale. Il suo aspetto nel corso degli anni è cambiato spesso e volentieri e non solo. Ad esempio, la linea della costa fu ancor di più “allontanata” dalle conseguenze del terremoto del 1693. Gli ambienti interni sono pieni di graffiti realizzati dai prigionieri nel lasso di tempo in cui fu una prigione.

Il Museo ha una sezione archeologica ed una pinacoteca e si compone delle raccolte Biscari e dei Benedettini.

 

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