Una tradizione di Natale al Sud, tra cibo, famiglia, focolare e “Barralliccu”

In un' isola del Sud il giorno di Natale era molto atteso, le famiglie si riunivano dopo mesi passati separati gli uni dagli altri



Il Natale in Sardegna, prima che la società industriale soppiantasse quella pastorale e agricola, era il momento dell’anno più atteso dall’intera società poiché gli uomini tornavano verso le loro case, dopo essersi spostati in lungo e largo nell’isola per la migrazione delle greggi. Non è quindi solo una festa, ma la festa per eccellenza, proprio per la possibilità di riunire l’intera famiglia.

C’è una specifica da fare, il Natale sardo è più improntato ad una tradizione pagana e mistica del solstizio d’inverno che all’esperienza simbolica della nascita di Cristo. Una cultura sia materiale che spirituale legata sia al cibo che alle leggende, passando per rituali religiosi che subiscono ancora elementi della cultura pagana.

Nel periodo che precede il Natale, qualche giorno prima, i pastori tornavano alle loro case dove ad attenderli c’erano le mogli, le figlie e i figli più piccoli. Questo “tornare” è un momento non solo familiare, ma collettivo tanto che alla Vigilia di Natale l’intera comunità era solita aggregarsi nella “nott’e xena” attorno al “truncu de xenaun ceppo tagliato e conservato apposta per l’occasione, che doveva restare acceso per tutta la durata delle festività.

Veniva consumato durante questa notte un’abbondante cena a base di maiale allevato in casa e macellato a Novembre, agnello o capretto arrosto, tutta la famiglia era riunita accanto al focolare completamente immersa nel clima di festa, anche perché la carne veniva mangiata raramente. Il cibo preparato doveva obbligatoriamente essere consumato, infatti ai bambini capricciosi si raccontava la storia per cui “Maria Punta ‘e Orru” o “Palpaeccia” accorgendosi delle loro pance vuote li avrebbero infilzati con uno spiedo, oppure avrebbero schiacciato il loro stomaco con una grossa pietra.

Davanti al truncu de xena dopo la cena cominciavano i racconti che erano un misto di realtà e immaginazione appartenenti alla tradizione orale, oppure si giocava con “su barralliccu” una trottola a quattro facce su cui erano incise delle lettere, T per Tottu (tutto), N per Nudda (niente), M per Metadi (metà) e P per Poni (metti). Il gioco era strutturato in modo che ogni lettera fosse un comando: T prendi tutto; N non prendi; M prendi metà e P metti parte del tuo bottino.

A mezzanotte, le campane richiamano i fedeli alla messa, un momento di aggregazione, per ritrovare i conoscenti e gli amici. Secondo alcune leggende le donne incinte erano più propense a recarsi a “Sa Miss’ e puddu“, perché se non vi fossero andate avrebbero corso il rischio di perdere il bambino o partorire un bambino malato.