giovedì, Ottobre 28, 2021
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Il filosofo profeta che visse al Sud

Alla scoperta delle vicende fantastiche che hanno contraddistinto la vita di un pensatore dell'antichità, che fondò una scuola nel Mezzogiorno d'Italia.

Nel corso dell'antichità il Meridione ha avuto un ruolo di primaria importanza nello scenario rappresentato dal Mediterraneo.

Addirittura, esistono alcune teorie che collegano il toponimo "Italia" ad un'area dell'attuale Calabria. Se a tal proposito si discute ancora, innegabile è, invece, la fondazione in terra calabrese di una scuola filosofica che ha cambiato il corso della Storia.

Fu, infatti, a Crotone che il pensatore greco Pitagora istituì la setta mistica-religiosa e comunità scientifica che prese il suo nome. Nato a Samo, nell'Egeo orientale, tra il 571 e il 570 a. C., costui trovò la morte in Basilicata, nella località di Metaponto, non si sa se nel 497 o nel 496. Il suo arrivo in Magna Grecia avvenne fra il 532 e il 531.

L'immagine che è stata tramandata di questa personalità nel corso dei secoli è ricca di fascino e sul suo conto sono diffuse numerose leggende, che lo "ritraggono" non solo come filosofo, ma, al tempo stesso, come profeta, guaritore, se non addirittura sciamano e taumaturgo. Sembra fosse versato nelle arti magiche perché, nei suoi viaggi in Egitto e a Babilonia, aveva acquisito la sapienza di sacerdoti e stregoni del posto.

Come già scritto, la scuola da lui fondata si configurava come una setta religiosa ristretta ed elitaria, in cui si effettuavano pratiche ascetiche e si osservavano particolari riti e abitudini, come, ad esempio, il celibato in quanto forma di purificazione. Il nucleo centrale della sua dottrina fu la Metempsicosi, cioè la teoria della trasmigazione delle anime che rimandava ai culti orifici ellenici. Su di lui, si racconta che, una volta arrivato a Crotone, con il solo potere delle parole, riuscì ad affascinare all'incirca 2.000 persone che, quindi, decisero di diventare suoi discepoli.

La sua voce era in grado di ammaliare non solo gli essere umani, ma, a quanto pare, anche gli animali feroci, come i leoni. Inoltre, i suoi seguaci affermavano sapesse predire il futuro, potesse far terminare le tempeste e fosse in grado di essere in due posti allo stesso momento. Nella sua dottrina ricopriva un ruolo centrale la matematica. Pitagora e i suoi allievi furono i primi a considerarla un corpus di dottrine su cui fondare una riflessione speculativa. Anche a tal proposito, si narra una vicenda interessante. Passeggiando per le strade crotonesi, il sapiente sentì i rumori prodotti da un fabbro che stava lavorando. Si rese conto che il suono dei martelli sulle incudini era a volte consonante e altre dissonante e che ciò era in relazione con il rapporto che intercorreva tra i pesi degli attrezzi. Perciò, capì che, ad esempio, se uno pesava il doppio dell'altro, avrebbero prodotto suoni distanti un'ottava. Dedusse così la relazione che esiste tra rapporti numerici ed armonie musicali e si convinse ancora di più della possibilità di interpretare la natura attraverso le cifre.

Ancora, sembra che abbia intuito il principio alla base del Teorema che porta il suo nome osservando le piastrelle del pavimento della sala d'attesa del Tiranno di Samo Policrate. Chi era ammesso alla scuola doveva affrontare un vero e proprio percorso di iniziazione. Partecipavano alla vita dell'istituzione anche le donne. I membri erano divisi tra "acusmatici" e "matematici", con i secondi a cui era concessa la conoscenza delle dottrine più segrete. I primi prendevano il nome dalla parola greca "akoùsmata", ovvero le prescrizioni orali che dovevano rispettare per far parte della setta. Tra le tante, tutte molto bizzarre, non sacrificare mai galli bianchi, non mangiare carne (Pitagora è considerato il fondatore del vegetarianesimo) e il dover tenrsi lontanti dalle fave. Quest'ultima regola sembra fosse dovuta al legame della pianta con il mondo dei morti. Tale precetto era così ferreo che c'è chi sostiene che, in realtà, Pitagora trovò la morte perché, inseguito dagli uomini dell'oligarca Cilone, si rifiutò di attraversare, per l'appunto, un campo di fave. Una fine questa che appare essere solo un mito, ma che accresce l'alone di mistero intorno a questa figura che ha contribuito a fare grande il Sud Italia.

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