Le influenze dello spagnolo nel napoletano

Alla scoperta del legame che unisce la lingua iberica e diversi vocaboli usati dai cittadini partenopei.

Napoli spagnolo
Immagine tratta da Street view.


Napoli è un centro con una storia antichissima. Nel corso dei secoli, sono state diverse le dominazioni che hanno interessato l’attuale capoluogo della Regione Campania.

Una delle più lunghe è stata quella spagnola (circa 400 anni, dal 1442 al 1707 e dal 1734 al 1860). Ciò ha contribuito a creare un legame molto forte dal punto di vista storico-culturale, che è evidente in diversi aspetti che interessano il comune partenopeo.

Per fare due esempi fra i tanti possibili, basti ricordare che in città esiste la “Rua Catalana“, una strada che prende il nome da quelli che ne furono gli abitanti nel XIV secolo e si trovano i “Quartieri Spagnoli“, rione che sorse per volontà del viceré don Pedro di Toledo, nel 1536, come alloggiamento per i soldati provenienti dalla Spagna.

Tuttavia, l’aspetto in cui questo legame appare più evidente è il linguaggio. Tra verbi e vocaboli, il napoletano attinge a piene mani dallo spagnolo. Dagli Aragonesi in poi, gli “ispanismi” si sono imposti nella lingua parlata all’ombra del Vesuvio. La grammatica cittadina è piena di contaminazioni che, ancora oggi, sono vive. Di seguito un elenco di alcuni di questi termini:

(Spagnolo-Napoletano)

  • Ajer-Aiere (ieri)
  • Amohinar-Ammuina (infastidire in spagnolo, fare confusione in napoletano)
  • Arrebujar-Arravugliare (avvolgere)
  • Bofar-Abbuffare (gonfiare)
  • Bofeton-Buffettone (schiaffone)
  • Cabezudo-Capuzziello (testardo in spagnolo, prepotente in napoletano)
  • Camisa-Cammisa (camicia)
  • Ceresa-Cerasa (ciliegia)
  • Coser-Còsere (cucire)
  • Estar-Stare (nel senso di essere)
  • Farallon-Faraglioni (gli scogli emergono dal mare, famosi quelli di Capri)
  • Guapo-Guappo (coraggioso in spagnolo, prepotente in napoletano)
  • Mujer-Mugliera (moglie)
  • Niño-Ninno (bimbo)
  • Paloma-Palomma (colomba in spagnolo, farfalla in napoletano)
  • Pipiar-Pippiare (pigolare in spagnolo, bollire il ragù/fumare la pipa in napoletano)
  • Pegar-Picchiare
  • Rejol-Riggiola (piastrella)
  • Rifar-Riffa (sorteggiare in spagnolo, lotteria in napoletano)
  • Sentarse-Assettarsi (sedersi)
  • Tenér-Tenere (nel senso di possedere)
  • Terciar-Trezziare (dividere in piccole parti in spagnolo, scoprire le carte da gioco a poco, a poco in napoletano).

Potremo continuare per molto ancora, ma intendiamo concludere questo nostro viaggo alla scoperta di una delle peculiarità del napoletano con il racconto delle origini di alcune espressioni. Ad esempio, “quanne buono, buono” deriva da “de bueno a bueno” ed è utilizzata per esprimere rassegnazione di fronte ad un evento che non può essere evitato. Invece, “cu mmico” arriva da “conmigo” (con me), “ji’ ‘e préssa” da “andar de prisa” (andare di fretta) e “paraustiello“, termine che si usa per indicare una ragionamento pretestuoso deriverebbe da “para usted” (per voi), un modo di dire ossequioso (ai limiti dell’ipocrita) che si usava nei confronti dell’aristocrazia. Infine, la gustosa ricetta pasquale del casatiello deve il nome alla “quesadilla“, un ripieno al formaggio (queso).

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