Lo studioso inglese stregato da una città del Sud

Il racconto di una singolare vicenda che vide un funzionario proveniente dall'Inghilterra innamorarsi di un grande centro meridionale.

William Hamilton Napoli
Particolare del quadro realizzato da David Allan, nel 1774. Olio su tela.


Arriva nel Mezzogiorno d’Italia nel 1764 e vi rimane fino al 1800. Nato nel 1730 a Henley-on-Thames e morto nel 1803, in pratica ha trascorso all’incirca metà della sua vita nel Meridione.

Ci riferiamo a Sir William Douglas Hamilton, antiquario, archeologo, diplomatico e vulcanologo inglese. A 34 anni è inviato a Napoli in qualità di ambasciatore per volere di re Giorgio III. E a partire dal quel momento, l’aristocratico anglosassone si innamora dell’allora capitale del Regno.

Il suo periodo napoletano è molto interessante, è una storia che vale la pena raccontare. Nella città partenopea diventa un esperto di archeologia e vulcanologia, è impegnato in operazioni niente affatto lecite ed è al centro di un vicenda rosa, dagli aspetti un po’ scabrosi. Testimonianza delle sue ricerche e dei suoi studi sono i resoconti scritti in merito al Vesuvio (assiste, ad esempio, all’eruzione del 1767), all’Etna e ai Campli Flegrei (il testo relativo era corredato con 59 gouaches di Pietro Fabris). Visita la Calabria e si reca a Messina, dopo il terremoto del 1783.

William Hamilton Napoli
Scoperta di un tempio a Pompei. Opera di Pietro Fabris, 1776.

Tra le sue passioni, anche le vestigia del passato. In questo caso, possiamo dire che si trattò di un interesse dalle tinte illegali. Infatti, in “Viaggio in Italia“, Johann Goethe scrive:

Hamilton c’introdusse nelle stanze riservate, dove tiene i suoi oggetti d’arte, e le sue rarità. Trovai colà nella maggiore confusione oggetti di tutte quante le epoche, gli uni accanto agli altri; busti, torsi, vasi, bronzi, mobili guarniti di agate di Sicilia di tutte le qualità, persino una piccola cappelletta, pietre incise, quadri, il tutto raccolto a caso qua e là. In una lunga cassa che giaceva per terra, sollevando al quanto per curiosità, il coperchio il quale del resto era per metà infranto, vidi due stupendi candelabri in bronzo. Li additai collo sguardo ad Hackert, susurrandogli all’orecchio la domanda: «Se non fossero propriamente simili a quelli che si vedono a Portici?» Hackert mi fece cenno di tacere, essendo possibilissimo che dagli scavi di Pompei, siano passati nella casa di Hamilton; ed è precisamente a motivo di questa, e di altre fortunate eventualità, che il cavaliere non lascia vedere suoi tesori segreti ad altre persone, che a quelle nelle quali ripone illimitata fiducia.

In pratica, Sir William amava i reperti archeologici a tal punto da trafugarli e, addirittura, contrabbandarli. Come riportato da “Il Mediano”, pagò padrone di casa, facchini e doganieri perché chiudessero un occhio sulle casse (piene di ritrovamenti che giungevano, possiamo immaginare, pure dagli scavi di Pompei) che dalla sua dimora partenopea partivano per andare oltre Mànica. A proposito della sua abitazione, l’accademico Carlo Knight afferma che prese in affitto una parte del Palazzo Sessa, che, con il tempo, divenne meta di antiquari e artisti e da dove si godeva di una vista bellissima sul golfo cittadino. Concludiamo il nostro viaggio allo scoperta di questa peculiare figura indagando un po’ la sua vita privata. Rimasto vedovo nel 1782 di Catherine Barlow (sposata il 25 gennaio 1758), nel 1791, a 61 anni, sposa la 26enne Emma Lyon. La seconda moglie di Hamilton animerà la vita cittadina, grazie anche alla sua amicizia con la regina Maria Carolina. Inoltre, fu amante dell’ammiraglio Orazio Nelson, cosa che sembra non turbasse Sir William che, anzi, era grande sostenitore del militare inglese. Cala così il sipario su questa storia che dimostra come, anche in passato, Napoli fosse un centro capace di affascinare e conquistare i cuori di chiunque, grazie alla sua Storia millenaria e ai suoi splendidi panorami.

 

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