Michela Murgia, la scrittrice che svela un’antica tradizione del Sud

La figura di una donna che entra in scena quando arriva la morte, portando un dono prezioso: la 'dolce morte'

Screen Video da Youtube


Nata a Cabras, nella provincia di Oristano in Sardegna, il 3 Giugno del 1972, Michela Murgia è una scrittrice contemporanea che ha raccontato molto della sua terra, la Sardegna, attraverso diversi scritti e fotografie. Ma Michela Murgia non è solo una scrittrice, ma anche autrice teatrale, blogger, opinionista e convinta sostenitrice dei diritti delle donne.

Michela Murgia affonda la sua penna in contenuti scomodi, con una scrittura affilata e tagliente, come un bisturi che cerca l’osso con il chiaro intento di portare alla luce una parte della coscienza che spesso poltrisce per non sentirsi provocata. La perfezione del racconto non è una puro esercizio di stile, ma una mano che accompagna passo passo in una rinascita del pensiero che va al di là della cultura dominante.

Vince il Premio Campiello, il Dessì e il SuperMondello con il best seller “Accabadora” uno dei libri più intensi degli ultimi anni, ambientato in Sardegna, è la narrazione asciutta e strutturata di una pratica tradizionale misteriosa e molto antica. Il racconto di una donna che si reca dai moribondi con un regalo molto speciale: la dolce morte.

Fino a qualche tempo fa in Sardegna veniva praticata l’eutanasia, ad occuparsene era una donna “Sa Femmina Accabbadora“. La donna veniva chiamata dai familiari dell’ammalato quando questi fosse in agonia, quando non ci fosse stata nessuna speranza di ripresa, per mettere fine a tutte le sofferenze dell’ammalato e della sua famiglia (soprattutto quelle più povere). Compiuto il suo dovere, in rispettoso silenzio così come è arrivata va via, passando tra il pianto di dolore e ringraziamento.

L‘accabbadora arrivava di notte sulla soglia della casa, fatti uscire i familiari procedeva a passo lento verso la camera del moribondo. “Sa femmina accabbadora” vestita di nero, con il viso coperto apre la porta del morente e vi sosta per qualche tempo: il tempo necessario per prendere coscienza che è giunto “il momento”. La morte sopraggiungeva per asfissia a volte, con l’utilizzo di un cuscino, ma più spesso veniva utilizzato “su mazzolu”, un bastone rituale che infliggeva il colpo di grazia.

Al di là delle possibili implicazioni morali su tema dell’eutanasia, la figura dell’accabbadora è pregna di un significato ancestrale, della responsabilità di arrecare la morte nei casi più disperati e senza possibilità e di tutto il peso che quest’azione comporta. Una tradizione rurale che affonda le sue radici nel rapporto che la comunità sarda aveva con la morte, in cui non esisteva la paura della dipartita, ma una profonda consapevolezza del momento, come naturale fine del ciclo vitale.