Il Cavaliere senza testa: la storia vera di un personaggio leggendario

Il Conte Conversano Giulio Antonio Acquaviva è il cavaliere protagonista di una storia che sembra fantastica ma è vera

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Nel centro storico di Galatina, un comune della provincia di Lecce in Puglia, c’è un palazzo settecentesco dimora della famiglia Comi. La particolarità di questo palazzo è la sua scalinata, anzi, la ringhiera in pietra leccese traforata, che termina con una curiosa statua. Nonostante il trascorrere del tempo che l’ha deturpata è possibile vedere abiti nobiliari, quelli di un cavaliere; la cosa davvero curiosa è che questa statua è senza testa, quest’ultima è situata sulla cima del corrimano.

La particolarità di questa statua ha spinto gli storici a porsi delle domande, per identificare chi fosse il misterioso cavaliere senza testa. Dopo numerose ricerche si è ricostruita una storia che ha tutti gli elementi per un romanzo grottesco: la storia del Conte Giulio Antonio Acquaviva, un famoso e rinomato militare che morì in circostanze particolari.

La leggenda, anzi la storia vera.

Nel 1481 il Conte Giulio Antonio Acquaviva, uomo coraggioso e temerario venne indotto in un imboscata nei pressi di Galatina durante i tumulti creati dal Sacco di Otranto (la conquista e il saccheggio da parte dell’Impero Ottomano quando era sotto il dominio Aragonese). Infuriava la battaglia e il Conte si difese come meglio poteva, quando venne raggiunto da un colpo di scimitarra che gli taglio di netto la testa.

Il cavaliere continuò a combattere anche senza la testa, come posseduto dallo spirito stesso delle armi, seminando il panico nei suoi assassini che cominciarono a fuggire terrorizzati da un tale prodigio. Rimasto solo il cavaliere sulla sua fida cavalcatura, tornò al Castello di Sternatia, il quartier generale della forze aragonesi sotto il comando di Alfonso d’Aragona (luogotenente del principe di Napoli, Ferdinando I).

Il Conte Acquaviva fu veramente colpito da una scimitarra che gli fece perdere la testa, ci sono numerose testimonianze sull’accaduto tra cui un documento che attesta la presenza del suo capo a Costantinopoli come trofeo di guerra. Tornando al combattimento furente ci vuole un chiarimento: gli uomini che indossavano l’armatura venivano assicurati al cavallo per essere un unico corpo, viene da sé che potevano restare completamente dritti, come ancora vivi, sulle loro cavalcature proprio in virtù di questo accorgimento.

Gli ottomani non indossavano armature di questo tipo, quindi è comprensibile il terrore che li abbia portati a credere che questo cavaliere fosse invincibile. Ricondotto il cavallo alla guarnigione, è comprensibile che anche i soldati aragonesi siano stati assaliti dall’indecisione sul togliere o meno il corpo della cavalcatura, presi loro stessi dalla magia che l’evento aveva apportato alla battaglia.