L’insegnante del Sud ammirato da Pier Paolo Pasolini: Eugenio Cirese

Poeta e studioso del Sud che si interessò alla storia del suo paese tanto da cercare e raccoglierne i canti e le poesie

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Nato a Fossalto nel 1884 nella provincia di Campobasso in Molise, Eugenio Cirese è stato uno dei più grandi studiosi del folclore molisano e delle tradizioni del paese, ma è stato anche uno dei migliori scrittori di poesie in dialetto. Il suo talento e la sua sensibilità erano davvero grandi tanto da attirare l’attenzione di scrittori e poeti come Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini e Carlo Bo ( uno dei massimi esperti in critica letteraria) che disse di lui: “un animo sensibile e toccato da una vena di puro canto

Si legò molto alla comunità di Rieti in cui si trasferì da giovanissimo con la sua famiglia, qui cominciò e terminò i suoi studi per diventare maestro elementare. L’insegnamento fu la sua missione, ma la scrittura lo accompagnò per tutta la vita. Nel 1925 le due passioni s’incontrano nella pubblicazione del sussidiario “Gente Buona”, una raccolta di canti e poesie del Molise.

Si dedicò allo studio approfondito delle tradizioni, della letteratura dialettale e del folclore della sua terra, compiendo delle ricerche onnicomprensive che tutt’oggi hanno un valore inestimabile per la letteratura dialettale. Per il “Canzoniere italiano Pier Paolo Pasolini, partì dall’opera di Eugenio Cirese che definì: “disegnata con tratti il cui valore assoluto nessun volume di etnologia o sociologia potrebbe mai eguagliare “.

Cirese è la memoria dialettale del Molise, l’uomo che ha reso possibile la conoscenza delle più radicate tradizioni molisane, partendo dall’amore per la sua terra d’origine e dalla volontà che questa bellezza naturale e misteriosa fosse conosciuta e apprezzata anche al di fuori dei suoi confini. La sensibilità di questo Maestro è evidente nelle poesie in dialetto molisano, di cui questa è solo un’esempio:

E NIENTE CHIU’

Pigliarla a vule na lucecabella.
stritarla com’allora ‘n front’a te.
Aresentì la voce che chiamava:
– Ugè, Ugè.

E NIENTE PIU’.

Pigliarla a volo una lucciola,
schiacciarla come allora in fronte a te.
Risentire la voce che chiamava:
– Euge’, Euge’.