L’aragosta della Secca di Amendolara. Una storia originale di gusto tra mito e leggenda

Una storia inedita che racchiude, nel silenzio quasi fatato che caratterizza questo territorio, l'impegno di produttori, pescatori, artigiani e, in qualche caso, veri e propri artisti del gusto

Le Aragoste della Secca di Amendolara


Oggi vi raccontiamo la storia di un’eccellenza enogastronomica relativa ad un prodotto prezioso e del tutto inedito del Sud Italia: l’aragosta della Secca di Amendolara. Qui di seguito il comunicato che ci illustra un approfondimento molto dettagliato tra mito e leggenda, un contributo molto gradito di un nostro appassionato e attento lettore, il food blogger campano Andrea Bignardi.

“Ci sono luoghi della riviera jonica calabrese che ancora oggi riproducono pienamente quella bellezza magnogreca raccontata da Strabone, e che rimanda alla trama omerica dell’Odissea. Un fascino emanato da un paesaggio rassicurante, fatto di terrazzamenti dolcemente degradanti verso il mare, sovrastati dalla presenza maestosa del massiccio del Pollino a farne da sfondo. Una riviera apparentemente dall’aspetto aspro e brullo, con le sue spiagge ciottolose figlie delle piene impetuose delle decine di fiumare e rivoli che sfociano nell’infinita distesa blu dello Jonio. Terra, cielo e mare si coniugano in un silenzioso equilibrio che sa di nirvana lungo i magici dieci chilometri di costa che separano Amendolara e Trebisacce, ancora oggi incontaminata, puntellata dagli arbusti tipici della macchia mediterranea.

Un equilibrio che si traduce nell’unicità della tradizione enogastronomica locale, fatta di eccellenze per fortuna o purtroppo ancora lontane dal pensiero unico mainstream. E di storie che racchiudono, nel silenzio quasi fatato che caratterizza questo territorio, l’impegno di produttori, pescatori, artigiani e, in qualche caso, veri e propri artisti del gusto che emblematizzano, con le loro creazioni, il particolarissimo sincretismo di elementi che caratterizza quest’area. Ad undici miglia marine a largo di Trebisacce, dal 1936 è stata infatti scoperta la presenza della Secca di Amendolara, un banco ancora oggi pescosissimo che, secondo la leggenda tramandatasi nei secoli e poi fatta propria dagli abitanti della zona, sarebbe stata la sede di quell’isola di Ogigia dove Ulisse secondo il racconto omerico soggiornò per ben sette anni, ‘trattenuto’ dalla ninfa Calypso.

Secca di Amendolara

In effetti, il banco assunse le sembianze di un promontorio affiorante dai flutti almeno fino al 1600, quando era noto come ‘Monte Sardo’, fino al suo definitivo inabissamento che divenne ben presto un vero e proprio oblio durato ben tre secoli. La Secca, uno dei simboli, insieme alla mandorla ‘pizzutella’ de.co. e al meraviglioso castello federiciano, della nuova e riscoperta identità territoriale di Amendolara, è divenuta nel tempo un luogo apprezzatissimo tanto dagli appassionati di diving quanto dai piccoli pescatori locali. E, negli ultimi mesi, anche da un team di biologi marini che opera nella sede distaccata della stazione zoologica Anthon Dohrn di Napoli che ha ‘riscoperto’ nel banco di Amendolara la presenza, unica nel mar Jonio, di corallo rosso.

Ma sono le aragoste della Secca la vera primizia della zona, punta di diamante di un golfo, quello di Corigliano, che è un importantissimo mercato di primo approvvigionamento del pescato per la Calabria, e non solo. A Trebisacce, terra del ‘biondo tardivo’, particolare varietà di arancia che matura in tarda primavera per via delle particolarissime caratteristiche orografiche del territorio, nonché città che si contende con Cirò e Cariati la paternità dell’iconica ‘sardella’ piccante, l’attività ittica è da sempre vivacissima, con le pescherie che lungo via Lutri, il principale corso della cittadina che conserva un imperdibile fascino vintage, sfoggiano tonni, rane pescatrici, ma soprattutto gamberi viola e seppie pescate poco a largo del pontile ottocentesco da cui in piena notte salpano le poche imbarcazioni di pescatori locali ancora attive, che puntano le proprie prue verso la ‘Secca’.

I Corvino, storica famiglia di imprenditori dell’ittica dell’antica Trapezakion, ma prima ancora ‘pescatori’ doc, si approvvigionano delle aragoste esclusivamente per tre mesi l’anno: la stagione della pesca parte, infatti, proprio agli inizi di maggio e termina non oltre settembre. A storie di lavoro indefesso e battute all’alba si affiancano quelle di chef e ristoratori che, in un panorama complessivamente ancora promettente, se non per rare eccezioni, ancora oggi puntano a superare l’impronta commerciale che negli ultimi anni ha caratterizzato, per via dell’ascesa irresistibile del turismo di massa, l’enogastronomia locale e provando a dare nuovo impulso all’economia del territorio nel rispetto di una biodiversità tanto fragile quanto inestimabile.

Un esempio? ‘La Rotonda’, sito sul Lungomare di Trebisacce, proprio a due passi dal pontile dove ‘approdano’ le aragoste. Il locale, una veranda affiancata da un grazioso terrazzo en-plein-air tutto proiettato sul mare di Venere, è il più antico della cittadina jonica. Negli anni della Dolce Vita si chiamava ‘Sasso Saraceno’ ed era una balera dalla caratteristica forma tondeggiante in cui si servivano semplici pietanze a far da conviviale companatico alla musica scanzonata dell’epoca. Giuseppe Russo, che lo ha rilevato, affiancato dai fratelli Giandomenico e Federica, è giovanissimo ma non privo di quel sacro rispetto che deve conferire alle tradizioni locali chi ha interesse ad intavolare un discorso di qualità: ciononostante la voglia della ‘Rotonda’ di rappresentare un locale di rottura e d’elite è tanta e si nota da proposte che se da un lato sono piena espressione di un pescato assolutamente di territorio, dall’altro rappresentano la voglia di esaltarlo in modo anticonvenzionale, grazie al sapiente contributo dello chef Loris Aloia.

E così le aragoste, protagoniste del pescato locale insieme ai crostacei racchiusi in una ‘carta’, al tonno rosso ed al gambero viola di Crotone – e della carta dei primi piatti che annovera però altre interessanti portate come i panciotti con vongole e porcino silano – sono precedute da appetizers originalissimi come il tonno scottato in salsa zabaione e cipolla caramellata o il fagottino di pesce spada su coulis di pomodoro fresco ripieno di caponata di verdure e bufala: elemento che fa risaltare all’occhio l’attenzione ad altri territori che dell’enogastronomia di eccellenza ne hanno fatto un vessillo, come la Campania ed il particolare il salernitano, testimoniata anche dai dessert del pasticciere Sal De Riso di Minori e – quando disponibili – dai ‘fruttini’ della gelateria Matteo di Lancusi con il ‘concierto’ tramontino, a chiudere un pasto ‘innaffiato’ da vini perlopiù calabresi, con grande attenzione ai vitigni in via di estinzione, ma senza dimenticare eccellenze nazionali e tante bollicine di livello, dai Franciacorta agli champagne francesi”.