venerdì, Maggio 6, 2022
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Il primo e più grande manicomio d'Italia? Si trova ad Aversa e mette i brividi!

Ad Aversa, in provincia di Caserta, si erge tra le mura della città il primo vero "Manicomio" d'Italia. Si tratta di una struttura immensa nata nel 1813, per volere di Gioacchino Murat, Re di Napoli con l'intento di curare i "malati di mente "in una struttura adeguata che differisse dai normali Ospedali generali. Il Manicomio della Maddalena, la real Casa dei Matti, così è nominato, viene costruito nella periferia della città per "nascondere" quei "malati di mente", quei "pazzi" emarginati che venivano descritti come vagabondi, rachitici e scrofolosi. La scelta del territorio aversano non è casuale, all'epoca infatti era stato indicato come consono un luogo  esterno al perimetro urbano ma ben collegato alla città. Infatti Aversa si trovava  e si trova a metà strada tra la capitale del Regno, Napoli, e Caserta. Fin da subito si riconobbe come i locali della Maddalena fossero insufficienti ad accogliere i folli di entrambi i sessi, e quindi per le donne alienate venne assegnato un secondo edificio, che fu quello del soppresso convento dei Cappuccini al Monte, e ancora, nel 1821, si ottenne ancora un altro immobile, il convento degli ex-Virginiani, che divenne Casa Succursale (detta di Montevergine). Comunque, nonostante le tre sedi diverse, le Reali Case de’ Matti vengono ricordate come un unico complesso, con centro l’ex convento della Maddalena. Fu inizialmente diretto da Giovanni Linguiti, teologo e ricercatore che apportò da subito modifiche alla struttura, inserendo normali arredi e oggetti d'uso quotidiano, a lui si deve anche l'abolizione delle sbarre alle porte e alle finestre, in questo modo secondo Linguiti gli internati non dovevano ogni volta ricordare il motivo della loro permanenza nel frenocomio.Di seguito ci fu Simone Gimoneschi, che impose una separazione attraverso la divisione degli edifici degli ammalati in sezioni distinte secondo il sesso e le differenti patologie mentali .Furono, inoltre, introdotte sezioni pedagogiche, una scuola religiosa “primaria, scientifica, artistica” e “stabilimenti” per le attività industriali, artigianali e per il lavoro agricolo, mentre ai giardini fu assegnata una grande importanza nel processo di recupero degli alienati. Si apportarono importanti innovazioni agli strumenti di contenzione (letti, bagni) e, su espressa indicazione di Simoneschi, si demolì il teatro, spazio molto caro al metodo riabilitativo del Linguiti, e, al suo posto fu costruita una vasta sala per accogliere gli infermi.il Manicomio di Aversa diventò fin da subito il più importante del Regno delle Due Sicilie e tra quelle più all’avanguardia in tutta Europa, tant’è che a solamente tre anni dall’apertura, già non aveva più spazio sufficiente per far fronte ai grandi numeri di richieste di ricoveri tant’è che nel 1836 si aggiunse una quarta sede del Manicomio, un antico fabbricato degli ex-agostiniani scalzi, che formò la Succursale S. Agostino degli Scalzi.

Con Gaspare Virgilio le cose cambiarono ulteriormente, gli spazi furono nuovamente divisi e lo stabilimento divenne di tipo "modulare" uniti tra loro solo dal comune parco.Virgilio, si riteneva uno studioso “dell’anima criminale”, e  credeva fermamente nell’opportunità di assicurare una vigilanza" particolare "ai detenuti maniaci,  che per lui erano senza speranza. E nel  1876  costituì nelle carceri di S. Francesco da Paola, sempre ad Aversa, una sezione per criminali maniaci, che si trasformerà pochi mesi dopo nel primo manicomio criminale italiano. Questa è stata è continua a essere una delle sedi più importanti prima di Opg e poi di REMS d'Italia. All’indomani della fine della monarchia e l’avvento della Repubblica Italiana, il Reale Manicomio divenne “Ospedale Psichiatrico Santa Maria Maddalena”. A partire dagli Anni Cinquanta la Maddalena, così come gli altri manicomi, divenne campo di sperimentazione dei nuovi e rivoluzionari psicofarmaci e gli internati le cavie sulle quali studiarne gli effetti. Nel 1980 fu approvata la famosa legge Basaglia e nel giro di qualche anno(non pochi) l'ospedale psichiatrico fu completamente svuotato.

Tralasciando gli aspetti storici della struttura è giusto ribadire quanto queste mura sembrano ancora parlare e raccontare le storie di chi ha avuto la sfortuna di entrarci e, nella maggior parte dei casi, non uscirne più. La potenza di questa memoria storica è ancora viva in un archivio storico grandissimo contenente circa 70.000 unità archivistiche, di cui 32000 cartelle cliniche, che documentano il periodo storico a partire dalla fine del 1800 (precisamente 1880).Una fortissima testimonianza di Uomini e Donne che venivano catalogati in base alla loro età, il loro sesso. le loro patologie(anche presunte).In alcune cartelle cliniche sono state ritrovate tantissime lettere scritti dagli stessi internati, come quella di Achille S. che vi riportiamo qui di seguito:

«Caro padre, ti scriva questo biglietto per farti sapere che io qua sto mezzo ai pazzi che io non posso stare un poco in grazia di Dio…Ti prego di venirmi apprendere che io qua non ci voglio stare… Se voi avete l’idea dandare in america io mi sto a lavorare con il nostro fratello cugino Norberto. Così te ne vai e quando poi fai ritorno io mi trovo come un giovane imbadato e io lavoro e tu fai una buona vecchiaia e sempre io ci penza per voi per che qua non manco guarisce… Caro padre ti prego di venire mo proprio a momento che io sto più morto che vivo…Ti bacio la mano e sono tuo affezionatissimo figlio. Achille S."

L'accesso alla struttura risulta ancora oggi agghiacciante, un complesso immenso di edifici separati in cui venivano "curate" persone diversificate per i diversi disturbi mentali, dopo l'entrata nell'ala destra probabilmente il primo padiglione che ci si trova davanti e denominato BIANCHI troviamo una serie di celle completamente vuote, dove ancora oggi entra pochissima luce, i muri di cemento spesso grigi e sporchi, i soffitti altissimi. Nell'ala sinistra, un padiglione che storicamente pare essere stato riservato alle donne, troviamo ancora paia di scarpe, vecchi lavelli. E' possibile scendere negli scantinati, dove si trovavano le caldaie, un posto dove ancora oggi aleggiano tantissime e inquietanti leggende e dove qualcuno ancora ha il terrore di recarsi. Lì troviamo alcuni vecchi materassi, ingialliti pieni di buchi e putridi. Poi ancora delle candele, vecchi fogli di schedari, e flaconi di pillole.

Andando ancora più avanti e addentrandosi nella Real Casa dei Matti s'intravedono gli altri edifici che si ergono tra i viali alberati. Sono edifici dismessi, pericolanti e che mettono angoscia alla sola vista. Qui troviamo l'enorme complesso VIRGILIO, che da fuori ha le sembianze di un "casermone". All'interno una volta salite le scale di ben tre piani ci si ritrova sul terrazzo, un terrazzo di grandi dimensioni con una splendida vista sulla città. Cambiando ancora padiglione troviamo gli stabilimenti addetti alla lavanderia, e la cucina, poi i bagni comuni e infine l'infermeria e uno studio medico chiuso ancora con un catenaccio. Nel parco è possibile anche intravedere una cappella, ormai depredata, dove si intravede ancora l'intonaco azzurro delle pareti e l'altare di marmo.

Insomma Aversa non è solo la città della Mozzarella di Bufala come diceva Totò ma anche la Città dei Pazzi!

 

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