Coronavirus, lo studio rivoluzionario del Sud: “Molti italiani hanno già gli anticorpi”

Secondo lo studio meridionale, la percentuale di positivi in Italia sarebbe molto più alta, quindi ci sarebbe un'immunizzazione più elevata



Da oggi l’Italia è in una nuova Fase dell’emergenza Coronavirus. Riaprono negozi, bar e ristoranti, e i cittadini si riappropriano di una libertà quasi totale. I contagi, però, ci sono ancora, soprattutto nelle regioni del Nord, proprio come i decessi. Ma c’è un dato che non viene forse analizzato a sufficienza, eppure è molto importante perché comprende anche tutti quei soggetti asintomatici che, in questi mesi, senza presentare sintomi, hanno contratto il virus e quindi sono adesso immunizzati. Ecco perché è interessante lo studio di una società pugliese a partecipazione americana, condotta dal dottor Pasquale Bacco, che opera nell’ambito della sicurezza sul lavoro. Il dottor Bacco, infatti, ha svolto degli studi approfonditi sul virus, cercando di capire il dato reale dei “positivi” in Italia.

Come riporta Affari Italiani, i risultati sono stati interessanti, visto che con uno studio compiuto su 7.038 italiani dal 25 febbraio al 17 aprile 2020, risulta positivo al Sars-CoV 2 il 34% del campione, con punte impressionanti a Brescia e Bergamo (49%) ma anche in Puglia e Campania (40%).

E questo cosa significa? Significa che tra febbraio e aprile, un numero di persone molto alto aveva già contratto il virus Sars-CoV2 sviluppando gli anticorpi, pur essendo asintomatica. E il 78% di essi aveva una risposta immunitaria già “vecchia”, ossia aveva preso il virus molto prima di febbraio.

A Brescia e Bergamo, quindi, il 49% è risultato già “infettato” (che non significa malato), ma anche in Puglia e Campania ci sono percentuali maggiori o pari al 40%. Questo, ovviamente, cambierebbe completamente la situazione, se si andasse ad indagare su tutta la popolazione. 

Il medico che ha condotto l’indagine, inoltre, ha parlato anche dell’indice di mortalità del Covid-19: “La mortalità diretta da COVID19 non è superiore al’2%. Se non si considera la fascia d’età superiore a 55 anni, l’incidenza scende al di sotto dell’1%. Si tratta di un virus molto debole, muore velocemente. Potremmo paragonarlo a un ragazzo magro e senza muscoli che però corre veloce. Io studio da 25 anni l’HIV e là ci si trova davanti a un programma intelligentissimo. Faccio un esempio: se noi mettiamo il virus dell’HIV davanti a ostacolo, lui  trova la maniera per superarlo. Quando la comunità scientifica ha trovato  i farmaci antivirali che lo uccidevano, il virus  dell’HIV si è annidato in zone dell’organismo dove non  essi non entrano, le chiamiamo le “cattedrali dell’HIV”. Rimani sieropositivo per la vita perché lui supera la  barriera emato-encefalica, dove i  farmaci non entrano. Al contrario,  il virus che provoca il Covid 19 muore velocemente, in competizione con altri virus soccombe. Insomma, è debole”.

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