Il fiume scomparso del Sud nato da un amore non corrisposto

Un racconto che mischia il Mito con la Storia e ci ricorda di un corso d'acqua che, un tempo, bagnava un importante comune meridionale.

Foto di repertorio


Il Mezzogiorno d’Italia può vantare una storia antichissima. Talmente remota che, a volte, le vicende che lo riguardano si mescolano con la leggenda.

Una di queste è ambientata in Campania dove, secoli e secoli fa, scorreva un fiume che oggi non esiste più e che sembra ebbe origine a seguito di alcuni avvenimenti fantastici.

Almeno fino al XIV secolo (e forse anche dopo), Napoli è stata bagnata dal Sebeto. Questo nasceva ai piedi del Monte Somma (vicino al Vesuvio) e, poi, attraverso i territori di Casalnuovo, Ponticelli e Volla, arrivava in città, dove si divideva in 2 rami, uno dei quali è probabile sfociasse nei pressi di Piazza Municipio e l’altro nella zona del Ponte della Maddalena.

A causa di eruzioni, terremoti, trasformazioni urbane e, non ultima, l’incuria dell’uomo, il corso d’acqua è scomparso. Tuttavia, ciò che ci preme raccontarvi è la storia delle sue origini. Ne esistono diverse, ma il nucleo centrale è sempre lo stesso. Un amore non corrisposto e un pianto intenso. Una di queste racconta che, molto tempo fa, Sebeto e Vesevo erano rivali in amore. I due erano innamorati di Leucopetra, una ninfa figlia di Poseidone. Un giorno, mentre questa era sulla spiaggia della Marina, fu avvicinata dai 2, che iniziarono a litigare per la sua mano. Decisa a non concedersi a nessuno dei pretendenti, Leucopetra si rifuggiò in mare, sotto la protezione del padre. Così, per la rabbia, Vesevo si trasformò nel vulcano partenopeo e, da allora, irascibile, ha tormentato la città con le sue eruzioni mentre Sebeto scoppiò in lacrime finché non mutò nell’omonimo fiume.

Altra versione è quella che vuole Sebeto felice sposo della bella Megara. Questa decise di esplorare il golfo napoletano su una piccola imbarcazione. Purtroppo, il viaggio si risolse in una tragedia, quando la donna annegò. Allora, il suo corpo divenne lo scoglio di Megaride, sul quale sorge Castel dell’Ovo. Distrutto dal dolore per la perdita della sua compagna, Sebeto pianse così tanto fino a sciogliersi e diventare il corso d’acqua. In merito al Sebeto, comunque, abbiamo diverse testimonianze artistiche. Il principale rappresentante dell’umanesimo napoletano Giovanni Pontano gli dedicò questi versi:

effondi il tuo amor Sebeto,

lo corrisponde la sirena Partenope

Il fiume era stato protagonista di componimenti poetici già in passato. Nel VII libro dell’Eneide, Virgilio scriveva:

Nè tu senza il tuo nome a questa impresa,

Ebalo, te n’andrai, del gran telone

e della bella ninfa di Sebeto

figlio onorato

Durante il Rinascimento è Jacopo Sannazzaro nel suo “Arcadia” a rendergli omaggio:

O liquidissimo fiume, o re del mio paese, o piacevole e grazioso Sebeto

Non finisce qua perché, a lui, è dedicata anche la cantata del compositore siciliano di musica barocca Alessandro Scarlatti dal titolo “Nel mar che bagna al bel Sebeto il piede“. Tra le altre grandi personalità che si sono interessate al Sebeto ricordiamo il Petrarca (che si recò in città anche per vederlo, nel 1340), il Boccaccio e Giambattista Vico. Ad esso è dedicata la fontana costruita nel 1635, per volontà del Viceré Manuel de Acevedo y Zuniga, su progetto di Cosimo Fanzago, che si trova in Largo Sermoneta, alla fine di via Francesco Caracciolo.

Sebeto Napoli
Sebeto così com’è raffigurato nella fontana omonina, in Largo Sermoneta.

Infine, il Sebeto era una delle monete d’argento coniate durante il regno di Carlo di Borbone. Esistevano le Piastre e le Mezze Piastre di 25.61 e 12.8 grammi, con un diametro tra i 38 e i 42 mm. Dai molti contorni (liscio, traccia in rilievo, foglia in rilievo, sferetta e quadratino in incuso), presentava sul dritto la riproduzione visibile nella fontana di Sebeto (che potete apprezzare nella foto a corredo dell’articolo). Da segnalare l’esistenza di un’epigrafe a Piazza Mercato che riporta l’iscrizione latina “P. Moevius Eutychus aediculam restituit Sebetho“, ovvero “P. Mevio Eutico ha riconsacrato un sacello al Sebeto“, testimonianza di un culto di età romana. Ebbene, oggi il fiume non esiste più, ma vive nella memoria dei napoletani, che non dimenticano le pene d’amore di un antico concittadino e che hanno caratterizzato la genesi della città.

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