Giovane ricercatrice del Sud a Lione: “Una voce mi chiede di tornare”

Carolina ha scelto di non tornare durante il lockdown, per evitare di mettere in pericolo la sua famiglia: dopo otto mesi lontano da casa, adesso potrà finalmente riabbracciare i suoi cari



Durante il periodo di lockdown causato dall’emergenza Coronavirus, molti studenti meridionali fuori sede si sono trovati davanti a un bivio: tornare al Sud dai propri cari o rimanere lontano, per non rischiare di mettere in pericolo la propria famiglia? Molti, presi sicuramente dalla preoccupazione e dalla paura, hanno scelto di prendere un treno o un aereo e ritornare, mentre altri ci hanno riflettuto su due volte per evitare di recare danno ai propri familiari.

Nella seconda categoria rientra l’esperienza di una giovane e brillante studentessa napoletana che da un anno si trova a Lione per svolgere un dottorato in Chimica. Si chiama Carolina Chieffo, e a soli 24 anni ha vinto una borsa di studio che le ha consentito di iniziare il percorso di dottorato di ricerca all’Université Claude Bernard Lyon. Eccellenze Meridionali le ha fatto un po’ di domande per scoprire come ha vissuto il periodo di lockdown lontano da casa, e come è nata questa sua passione che l’ha portata in Francia. Adesso finalmente sta tornando a Napoli per trascorrere un po’ di tempo con la sua famiglia, da cui è stata lontana un lungo periodo.

– Come nasce la tua passione per la chimica?

“Ho sempre amato le scienze, tra i primi regali che ho richiesto ai miei genitori alle scuole medie c’era un microscopio. Nonostante questo, mi è sempre piaciuta molto anche la letteratura e la cultura antica, quindi ho deciso di frequentare il Liceo Classico Jacopo Sannazaro. Lì ho avuto la fortuna di avere un professore di Chimica veramente incredibile, che è stato capace di ottenere ciò a cui ogni insegnante dovrebbe puntare: far innamorare della sua materia i suoi studenti. Quindi alla fine, piuttosto che una versione di latino o greco, preferivo studiare i bilanciamenti di ossido-riduzione. Non è un caso che anche una mia collega di corso e amica sia stata anche mia compagna di classe. Se ho scelto questa carriera è perché tale professore mi ha dato le basi per poterla apprendere”.

– Qual è stato il percorso che ti ha portato a vincere il dottorato in Francia?

“Il mio percorso di studi inizia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, al Dipartimento di Chimica. Mi sono iscritta in questo ateneo dove ho svolto la laurea triennale e magistrale, entrambe effettuando il progetto di tesi nel laboratorio del Prof. Emiliano Bedini. Durante tale lavoro di tesi sono stata in grado di usufruire di una borsa Erasmus + Traineeship in merito a una sua collaborazione con Dott. Michele Fiore, il mio attuale supervisor all’Université Claude Bernard Lyon. Così sono sbarcata a Lione, in Francia, a Gennaio 2019, dove ho avuto l’opportunità di ampliare il mio percorso di tesi magistrale effettuando uno stage di sei mesi. Più lo studiavo, e più il progetto sembrava interessante e coinvolgente, quindi ho fatto richiesta al Dott. Fiore di poter partecipare al concorso annuale all’Ecole Doctorale de Chimie de Lyon. Ho preparato duramente una presentazione in inglese (unica lingua accettata insieme al francese, che allora non parlavo ancora!) e sono riuscita a classificarmi nella seconda graduatoria, quindi ho avuto accesso ad una borsa di studio. Una volta finito lo stage, quindi, ho fatto ritorno a Napoli, dove ho terminato di scrivere la tesi e dove mi sono laureata a fine ottobre. Una settimana dopo ero a Lione a firmare il contratto per tre anni di dottorato”.

– Quali differenze hai trovato tra la didattica della Federico II e quella dell’Università di Lione?

“A dire la verità, io non ho mai veramente sostenuto degli esami in Francia, perché il bando Erasmus+Traineeship si basa sull’ottenimento di CFU per tirocini e stage. Tuttavia, nell’ambito del dottorato mi è capitato di seguire dei corsi sia in materie scientifiche che del tutto diverse dal mio soggetto di studi (ad esempio un corso di francese livello B1.2). Ciò che mi sento di dire in maniera molto onesta è che la didattica francese è sicuramente molto meno rigida rispetto a quella italiana, si sente molto di meno la distanza istituzionale tra professori e alunni, dettata anche dal fatto che i professori sono generalmente più giovani. Questo è sicuramente una caratteristica positiva che rende l’apprendimento più dinamico, ma che può facilmente dar luogo a comportamenti sbagliati da parte degli alunni. Inoltre, in ambito di preparazione e di competenze, noi italiani non abbiamo niente da invidiare ai nostri colleghi francesi. Forse è per questo che avrò incontrato così tanti italiani in Francia?”

– Ti stai occupando di qualche studio scientifico in particolare? Se sì, quale?

“Nella ricerca scientifica, ogni progetto parte da una nuova idea fatta sulla base di anni e anni di studi (spesso infruttuosi) in una particolare tematica. Nel mio caso, la branca della chimica in cui si può collocare il mio progetto si chiama chimica sistemica o chimica prebiotica. L’interesse principale di questa disciplina è studiare sistemi molecolari complessi in modo da ottenere informazioni circa l’origine dei primi sistemi viventi. In particolare, siamo interessati a capire come si è formata la prima cellula semplificata capace di replicarsi a partire da ‘mattoncini’ inanimati (amminoacidi, zuccheri o nucleotidi). Nel mio studio, mi interesso di sintetizzare, quindi creare da sostanze più semplici, delle molecole che abbiano la capacità di emettere radiazione luminosa, e che quindi possano ‘illuminare’ l’interno della cellula, per permettere di studiare cosa c’è dentro. Queste molecole poi potranno anche essere applicate a scopi diversi, come ad esempio la farmacologia“. 

– Come hai vissuto il periodo di lockdown lontano da casa?

“Io ho fatto la scelta, condivisa da molti ma non tutti i miei colleghi, di non muovermi quando è iniziato il confinamento. Non è stata una scelta facile perché la vita all’estero può essere molto solitaria, e lo è ancora di più se si è costretti a casa. Ho avuto la fortuna di condividere l’appartamento con due ragazze francesi della mia età, con le quali ho costruito un rapporto bellissimo proprio durante il lockdown, che continua anche dopo la fine di questo. Inoltre, la casa in cui ho vissuto possiede un’ottima connessione Wi-Fi, è equipaggiata di tutti gli elettrodomestici, e ha anche un piccolo balconcino che affaccia su un cortile alberato. Quindi, anche se sono contenta della scelta che ho fatto, non mi sento di giudicare chi ha deciso di tornare a casa. Credo sia giusto andare avanti e non pensare più a quello che abbiamo trascorso, ma bisogna ricordare che il lockdown in sé è un trauma che tutti condividiamo e che ci ha resi un po’ diversi. Non tutti hanno avuto le stesse comodità di cui ho usufruito io, soprattutto tra studenti e dottorandi. Molte persone che conosco avrebbero dovuto passare il lockdown con sconosciuti o da soli in pochi metri quadri. Credo che ognuno abbia fatto la scelta in base a ciò che riteneva più giusto, per sé e per gli altri”. 

– Adesso potrai finalmente tornare a casa per un po’ e vedere la tua famiglia e i tuoi amici. Come ti senti a riguardo?

“E’ molto strana l’idea di tornare dopo tutti questi mesi fuori. Fino all’Erasmus ho vissuto con i miei genitori, quindi per me l’unica idea di casa era Napoli. Invece adesso il mio cuore è un po’ diviso a metà, e anche Lione è diventata casa mia. Certamente gli affetti che ho in Italia sono insostituibili, però anche la Francia mi ha dato molto e le sono grata. Ciò che però mi ha reso infelice è stato il pensiero di non poter tornare a casa. Voglio dire, quando ho preso la decisione di partire ho scelto un Paese che non fosse troppo lontano proprio per avere la possibilità di tornare a casa se ne sentivo il bisogno. Il giorno che la Francia ha chiuso le frontiere con l’Italia, mi sono sentita mancare l’aria. Ho passato dei momenti concitati, a telefono con il Consolato di Lione e l’Ambasciata Italiana in Francia, per decidere se rimpatriare o restare. Poi ad un certo punto mi sono calmata, ho respirato e ho preso la scelta di rimanere a Lione. Non mi sarei mai perdonata se qualcuno si fosse ammalato a causa mia e del mio spostamento, in particolare i miei cari. Adesso che le cose si sono calmate, però, non vedo davvero l’ora di tornare a casa e riabbracciare i miei genitori. Tra le cose che più sento il bisogno di fare è di andare al mare, non per forza per fare il bagno. Mi manca anche solo guardarlo da lontano. Credo sarà tra le prime cose che farò mettendo piede a Napoli”.

– Credi che ritornerai al Sud dopo il dottorato?

“Non ho ancora preso decisioni definitive in merito al mio futuro. Quando sono partita, ero molto arrabbiata con la mia città, e ne vedevo solo e soltanto i lati negativi. Adesso che vivo all’estero, ho riscoperto un amore e un affetto per Napoli che non credevo di avere. Napoli, e con essa il Sud Italia, è un luogo meraviglioso. Ne sono innamorata, ma allo stesso tempo il mio è una sorta di ‘Odi et Amo’, in maniera catulliana. Non so ancora cosa farò nella mia vita, spero di avere ancora l’occasione di viaggiare per scoprire altri scenari e arricchirmi ancora di più di esperienze, però adesso comincio a sentire una voce che mi chiede di tornare. Probabilmente tra qualche anno potrei darle ascolto”.

– Questa esperienza molto importante credo ti stia arricchendo molto. Cosa ti aspetti dal futuro, hai qualche ambizione in particolare?

“Il dottorato di ricerca oltre ad essere un ulteriore titolo di studio è la mia prima esperienza in ambito lavorativo, quindi è sicuramente un cambiamento che mi ha arricchito tantissimo e che spero continuerà a farlo per i prossimi due anni. Dal mio futuro mi aspetto di continuare nell’ambito che ho scelto, quindi nella Chimica, possibilmente facendo qualche ricerca. L’idea di lavorare in ambito accademico mi piace molto, anche so che è molto complicato e soprattutto psicologicamente duro. Sono ancora all’inizio, quindi cerco di non angosciarmi troppo. Di certo non mi piacerebbe fare un lavoro ripetitivo e noioso. Mi piace la flessibilità, anche se si accompagna spesso a una forte incertezza, purtroppo”.

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