Coronavirus, uno studio conferma: il Sud è stato protetto da uno scudo genetico

A fine maggio era stata diffusa la teoria, ora i risultati conclusivi confermano l'esistenza di uno scudo genetico al Sud



L’emergenza Coronavirus, al Sud, ha avuto un impatto limitato rispetto al Nord, che è stato martoriato da contagi e morti. Ma cosa ha prodotto la differenza tra le “due Italie”? Nel corso dei mesi sono state proposte diverse teorie, tra cui quella delle diversità climatiche, ma nessuna spiegherebbe completamente la disparità nei numeri. Così, Antonio Giordano, oncologo napoletano negli Usa, fondatore e direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine della Temple University di Filadelfia, ha elaborato la teoria dello “scudo genetico” che avrebbe protetto metà della Penisola.

A fine maggio era stata diffusa la teoria, ora i risultati conclusivi sono pubblicati sull”International Journal of Molecular Sciences’. Questi risultati svelano l’esistenza di due geni che “potrebbero conferire maggiore suscettibilità all’infezione” da Sars-Cov-2, ha spiego all’Adnkronos Salute Giordano, che “differiscono per distribuzione nelle popolazioni delle varie regioni, con un sensibile divario Nord-Sud”. Ergo, più diffusi al Settentrione, meno al Meridione.

L’ipotesi che vi fosse una specie di difesa innata contro il Covid-19 tra gli abitanti meridionali era stata già anticipata da Giordano e dai suoi colleghi, ma adesso arriva la conferma con la scoperta di “due alleli dell’Hla (sistema antigenico dei leucociti umani), un insieme di geni altamente polimorfici che hanno un ruolo chiave nel modellare la risposta immunitaria antivirale”, che “correlano positivamente con i casi di Covid-19 registrati nelle diverse province del nostro Paese in periodo di piena pandemia”.

Questi geni si chiamano Hla B44 e C01 e potrebbero aver favorito l’azione di Sars-Cov-2 in Lombardia e nelle altre zone travolte dalla pandemia. Questo lavoro è stato realizzato da una collaborazione multidisciplinare, un team composto, oltre che da Giordano, da Pierpaolo Correale e Rita Emilena Saladino, del Grand Metropolitan Hospital ‘Bianchi Melacrino Morelli’ di Reggio Calabria; Giovanni Baglio e Pierpaolo Sileri, del ministero della Salute italiano e dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano; Luciano Mutti, dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine; Francesca Pentimalli, dell’Istituto tumori di Napoli, Irccs Fondazione Pascale.

“E’ emerso – dice Giordano – che in particolare 2 alleli Hla di prima classe, B44 e C01, che differiscono per distribuzione nelle popolazioni delle varie regioni con un sensibile divario Nord-Sud, correlano positivamente con i casi di Covid-19 registrati nelle diverse province italiane in periodo di piena pandemia”. In sintesi – quindi – questi alleli potrebbero dare maggiore suscettibilità al Coronavirus, e attualmente è in corso uno studio su tutti i pazienti d’Italia risultati positivi per verificare quanto è fin qui emerso.